Fantasia e realtà, Gualino

Quando il Vate batteva cassa a Gualino
LORENZO MONDO
31 Maggio 2016 alle 23:311 minuti di lettura

È un bel duetto quello che ci viene illustrato ne Il vate e il mecenate, un libriccino curato con la consueta perizia da Giovanni Tesio: dove il primo si chiama Gabriele d’Annunzio e l’altro Riccardo Gualino (Aragno, pp. 91, € 10). Il loro rapporto è documentato da un breve carteggio, otto lettere e un telegramma da parte del poeta, tre lettere e un telegramma da parte del suo interlocutore. I due erano fatti per incontrarsi, meno fuggevolmente di quanto accadde, tenendo conto delle eccellenze raggiunte nei rispettivi campi.

Siamo nell’aprile del 1925 quando D’Annunzio chiede al multiforme, geniale imprenditore d’impegnarsi nel salvataggio dell’Olivetana, una minuscola, raffinata casa editrice. Lo interpella chiamandolo «caro fratello militante», «Magnifico Riccardo»; lo invita al Vittoriale: a «fendere il lago dal “fremito marino” col mio Mas di Buccari». Ma Gualino, pur mostrando condiscendenza, non vuole impaniarsi nelle rovinose imprese del Comandante, gli concede la somma di 50.000 lire e poi, quasi a bloccare un rilancio da parte sua, gli fa dono di un piccolo crocifisso di scuola giottesca. D’Annunzio ne sembra appagato, lo colloca accanto ai suoi cimeli di guerra: dove, a confronto «delle granate rudi e dei pugnali corrosi dal nero sangue, sembra risplendere di più delicata bellezza».

Il carteggio, che illumina di sguincio un capitolo di storia della cultura, continua nel ’26 e nel ’28, quando il poeta esprime meraviglia per il catalogo della Collezione Gualino e il desiderio di essere ospitato con un suo testo nel Teatro di Torino. E batte ancora cassa, in favore di un amico antiquario. Ma il Mecenate si scusa di non esaudirlo in tutto per le difficoltà in cui si trova «nell’attuale momento». Sembra d’intravedere le prime nubi che lo porteranno al dissesto finanziario e al confino di Lipari. Pur rintuzzando la sua inesausta ricerca di denaro, Gualino, nato carducciano, non lesina l’ammirazione per D’Annunzio. Essa si evince anche dagli scritti del Mecenate. Di cui Tesio, in una corposa appendice, rivendica la dignità e il perdurante interesse.

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